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Iran prossima guerra: Dopo Afghanistan, Iraq e Libia per l’Occidente potrebbe presto aprirsi un nuovo fronte, ma con delle incognite molto maggiori.
Iran prossima guerra: Dopo Afghanistan, Iraq e Libia per l’Occidente potrebbe presto aprirsi un nuovo fronte, ma con delle incognite molto maggiori.
Iran prossima guerra: Dopo Afghanistan, Iraq e Libia per l’Occidente potrebbe presto aprirsi un nuovo fronte, ma con delle incognite molto maggiori.
E-book159 pagine2 ore

Iran prossima guerra: Dopo Afghanistan, Iraq e Libia per l’Occidente potrebbe presto aprirsi un nuovo fronte, ma con delle incognite molto maggiori.

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Info su questo ebook

"L'Iran rappresenta ancora oggi una minaccia di primo ordine". I suoi dirigenti hanno deciso di dotarsi di un arsenale nucleare con l'obiettivo di mantenere al potere il regime dei mullah. Il pretesto di voler sviluppare un'industria nucleare civile per rifornirsi di energia costituisce, in realtà, una scusa evidente. Il paese non corre alcun rischio di penuria energetica, visto che possiede 11,4 per cento delle riserve mondiali di petrolio e il 14,8 per cento di quelle di gas. Per questa ragione gli americani e gli israeliani hanno preso in passato seriamente in considerazione l'opzione di un intervento militare preventivo. Ma il piano è lontano dall'essere facilmente compiuto. Forte di una popolazione di 69 milioni di abitanti, l'Iran è dotato di forze armate potenti, benché buona parte dei loro armamenti siano obsoleti. Inoltre gli ayatollah hanno tratto frutto dalle lezioni poste dagli ultimi conflitti ed hanno messo a punto una strategia difensiva "asimmetrica". Un eventuale conflitto non si svolgerebbe così soltanto sul territorio iraniano, ma in tutto il Medio-Oriente. Attentati terroristici avrebbero oltretutto luogo in diversi paesi occidentali. Infine, la guerra scoppiata tra Hezbollah ed Israele, nell'estate del 2006, da un esempio di quello che altri movimenti armati, sostenuti da Teheran - come Hamas - potrebbero realizzare in caso di apertura delle ostilità.
LinguaItaliano
Data di uscita17 set 2013
ISBN9788897363255
Iran prossima guerra: Dopo Afghanistan, Iraq e Libia per l’Occidente potrebbe presto aprirsi un nuovo fronte, ma con delle incognite molto maggiori.

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    Anteprima del libro

    Iran prossima guerra - Alain Rodier

    Indice

    Introduzione

    Capitolo 1 – Le strutture strategiche

    Capitolo 2 – Le forze di sicurezza iraniane

    Capitolo 3 – I servizi segreti

    Capitolo 4 – Gli Hezbollah libanesi

    Capitolo 5 – La violenta opposizione interna

    Capitolo 6 – Il programma nucleare iraniano

    Capitolo 7 – La politica estera di Teheran

    Conclusioni

    Introduzione

    Dopo l’elezione nel giugno 2005 del presidente ultra conservatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che ha sostituito il «riformatore» Ali Hachemi Rafsanjani, la tensione tra Teheran e Washington non ha cessato di crescere. Alle dichiarazione del presidente Bush, il quale diceva che non avrebbe scartato nessuna opzione per contrastare il programma di sviluppo nucleare della Repubblica Islamica dell’Iran (Jomhuri-ye Eslāmi-ye Irān), che lui individuava come un «posto avanzato della tirannia», Teheran replicava che nel caso di aggressione militare sul suo territorio o su quello di un paese amico – si pensa immediatamente alla Siria – le sue forze armate reagiranno entro un quarto d’ora dall’attacco. Il presidente Ahmadinejad ha aggiunto olio al fuoco, dichiarando pubblicamente in numerose occasioni che «lo Stato d’Israele  deve essere cancellato dalle mappe». Nell’agosto 2006 in pieno conflitto israelo-libanese egli reiterò le sue provocazioni affermando che «la distruzione di Israele è la soluzione alla crisi del Vicino Oriente».

    Non fermandosi davanti a nulla, egli arriva anche a negare la realtà dell’Olocausto, dicendo che questo è «una menzogna», obbligando gli occidentali ha creare lo Stato d’Israele! Alla fine del 2006 egli organizzò un incontro internazionale dove si ritrovarono famosi negazionisti oltre a qualche ebreo ultraortodosso anti-sionista. Come reazione le Nazioni Unite adottarono nel gennaio 2007 una risoluzione che condannava tutti coloro che negavano la Shoah. In questa occasione, Dangillerman, l’ambasciatore d’Israele presso le Nazioni Unite, dichiarò: «Allorché le nazioni del mondo sono qui riunite per affermare la storicità dell’Olocausto con l’intenzione di non permettere mai più un nuovo genocidio, un membro di questa Assemblea (l’Iran) ha di fatto proposto gli strumenti per commetterne un altro». Conviene, tuttavia, sottolineare che questa non è la prima volta che l’Iran accoglie dei famosi negazionisti. Il presidente Ahmadinejad non a fatto altro che dare una pubblicità globale all’avvenimento. Per lui si tratta di rispondere all’indignazione che aveva provocato nel mondo musulmano la questione delle vignette su Maometto, pubblicate il 30 settembre 2005 sul giornale danese Jyllands-Posten che aveva surriscaldato l’Europa. Egli voleva presentarsi in questo modo come il messaggero del mondo islamico, dimostrando che l’Iran è il solo Paese ha osare di opporsi direttamente e ufficialmente all’Occidente. Il suo obbiettivo era dunque più di impressionare le popolazioni musulmane e i loro governanti che scioccare l’Occidente, ma sembra che non sia riuscito a raggiungere tale scopo, poiché la maggior parte dei cittadini musulmani del mondo non ha particolarmente seguito le sue teorie negazioniste.

    La sconfitta dei conservatori iraniani durante le elezioni del 2006, vero disconoscimento inflitto al presidente Ahmadinejad, li ha spinti ancora di più verso il radicalismo. Prova ne è stata una dichiarazione del presidente Ahmadinejad nel febbraio 2007, durante un incontro con i vertici religiosi sudanesi: «I sionisti sono la vera incarnazione di Satana. Il regime sionista è stato creato dagli inglesi influenzati dagli americani e questo commette crimini nella regione con il loro sostegno […]. Numerosi governi europei che pretendo di difendere la democrazia e i diritti dell’uomo chiudono gli occhi sui crimini sionisti… ». Nell’agosto dello stesso anno, egli insisté designando Israele «stendardo di Satana». Tuttavia, molti esperti sull’Iran considerano che il presidente Ahmadinejad non sia altro che un «burattino» manipolato dalla Guida suprema della Rivoluzione: l’Ayatollah Ali Hoseini Khamenei, il quale può decidere in tutti i momenti di sbarazzarsene se l’interesse superiore della nazione lo esige. È in effetti Khamenei ad essere totalmente responsabile della situazione esplosiva attuale, nonché colui che tira le fila della politica iraniana, non a caso è stato il primo a esprimere nel 2002 la cancellazione d’Israele dalle mappe «con una sola bomba atomica islamica». Conoscendo perfettamente le debolezze degli Occidentali e gli interessi economici dei Russi – gli scambi commerciali – e dei Cinesi – gli idrocarburi – ha sempre saputo molto abilmente dirigere la politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran. Egli ha fatto di tutto per confermare la visione occidentale di un Iran diviso tra conservatori e riformisti che costituisce l’aspetto più interessante per gli specialisti del settore. Nei fatti, i riformisti hanno una politica certamente più moderata rispetto a quella dei conservatori, ma le loro azioni pratiche fondamentalmente non ne differiscono. Ciò permette a Khamenei, secondo gli interessi del momento, di mettere in primo piano questo o quel responsabile politico (il tutto non apparendo mai personalmente sulla scena, riservandosi così il ruolo di autorità morale superiore ed imparziale) e di giocare in tal modo a fare paura o a rassicurare i suoi differenti interlocutori. Teheran è d’altronde maestra in questa maniera di fare politica, predicando la minaccia subito dopo la riconciliazione. L’arresto il 23 marzo 2007, avvenuto ufficialmente alla foce dello Shatt al-Arab, nella regione frontaliera situata fra Iran e Iraq, e seguito dalla liberazione il 4 aprile successivo, di quindici marinai di sua Maestà Britannica ne è un esempio palese. in quella occasione Teheran ha giocato abilmente con i nervi delle opinioni pubbliche occidentali e dei loro governi per apparire in fin dei conti come uno Stato clemente. La concentrazione mediatica occidentale sull’accaduto rasentò il ridicolo, e fu evidente che i britannici non avevano tecnicamente sbagliato, poiché i marinai non avevano che adempiuto ad una missione di normale controllo fuori dalle acque iraniane. È anche vero che è stato forse più ridicolo il seguito dell’incidente, quando alcuni di questi marinai inglesi furono autorizzati dalla stessa Royal Navy a vendere a caro prezzo le interviste sulla loro disavventura. L’immagine che quindi ha mostrato la Gran Bretagna e i suoi media non è stata molto lusinghiera e ha contribuito ancora di più a sminuire ciò che pensano i musulmani del mondo cristiano.

    L’Iran sa giocare bene con i differenti interessi che esistono fra le grandi potenze: Stati Uniti, Russia, Cine e Unione Europea. È sufficiente ascoltare Ari Larinaj per convincersene, il negoziatore iraniano sul dossier nucleare che alternativamente mostra aperture o chiude agli occidentali qualsiasi possibilità di accordo. In effetti, cosciente delle numerose difficoltà interne che attraversa oggi l’Iran, Khamenei, anche se lui lo nega, avrebbe deciso da molto tempo (ben prima dell’arrivo di Ahmadinejad) di dotare l’Iran dell’arma nucleare che costituirebbe, in fin dei conti, la sola garanzia per mantenere il regime in vita. La grande paura della Guida suprema della Rivoluzione è l’avvio di un intervento militare esterno che spalleggi le rivolte interne – allo stesso modo di ciò che è accaduto in Afghanistan  alla fine del 2001 o come quello che è accaduto in Libia dal febbraio 2011 – il quale potrebbe mettere in grave pericolo il regime dei mullah. Infatti, malgrado le grandi risorse di idrocarburi, l’Iran conosce da qualche anno una crisi economica di notevole ampiezza, accompagnata da diverse velleità separatiste di alcune minoranze – arabi, curdi, azeri e baluchi – e una contestazione sempre più forte da parte di migliaia di intellettuali e studenti. Era per far fronte a questa contestazione che una certa liberalizzazione della vita di tutti i giorni era stata tollerata, ma ciò non ha fatto altro che aumentare i contestatori, particolarmente fra gli intellettuali, che avevano approfittato dello spazio che era stato lasciato loro per esprimere il malcontento. Notando che la soluzione non era nella prosecuzione di questa politica, venne deciso di richiudere il rubinetto delle liberalizzazioni e di ritornare a delle politiche più chiuse. La nomina nell’agosto 2005 di Mostapha Pour-Mohammadi nel ruolo di ministro degli interni, del Brigadiere Generale Mohammad-Baqer Zolqadr (del corpo delle guardie della Rivoluzione) come vice ministro degli interni incaricato degli affari della sicurezza e di Qolm Mohseini Ejei alla testa dei servizi d’intelligence, tutti e tre considerati come dei duri, lasciava in effetti mal augurare che la politica di aperture nel paese sarebbe proseguita, così come iniziata dal governo precedente, nella misura dove questa era ben reale e non solo una illusione costruita a beneficio dell’Occidente. Così nella primavera 2007 ordini sono stati dati alle forse di sicurezza affinché esse facessero applicare più rigorosamente la legge islamica, con particolare attenzione all’abbigliamento femminile. Da alcuni anni, il velo, molto spesso multicolore, veniva indossato dalle ragazze in modo che non coprisse totalmente i capelli, ciò di fatto è divenuto intollerabile per il potere che ne ha visto l’inizio di una perversione che sarebbe convenuto combattere energicamente. A metà giugno 2007 una vasta operazione di polizia venne lanciata nei quartieri meridionali di Teheran contro i «teppisti e le canaglie» (arazel va orbash) e più di mille trasgressori vennero arrestati. Alcuni di questi vennero esibiti in pubblico in posizioni umilianti da parte di poliziotti divertiti. Lo stesso vertice della polizia si pentì di queste vicende, nascondendosi dietro la responsabilità diretta di chi impose tali sevizie in pubblico. Tuttavia, alcuni di questi poliziotti che imposero una tale umiliazione agli arrestati, si comportarono in realtà con zelo, applicando con rigore la legge islamica. Il numero di sentenze di condanna, spesso a morte, si è moltiplicato, mentre la politica straniera nei confronti dell’Iran si è irrigidita. Al fine di comprendere lo stato d’animo di questi governanti iraniani è utile leggere le dichiarazioni di uno di questi, il Brigadiere Generale Zolqadr (25 aprile 2007): «Non esiste nessun posto sicuro per gli Americani da quando abbiamo sviluppato dei missili a lunga gittata. L’Iran è capace di sparare decine di migliaia di missili quotidianamente contro gli interessi degli Stati Uniti. Grazie a questi missili a lungo raggio, l’Iran può anche minacciare Israele che sostiene gli Americani». Dunque i nemici dell’Iran sono designati: il grande e il piccolo Satana, gli Stati Uniti e Israele. La nomina nell’agosto 2005 di Ali Larijani al posto del segretario del consiglio supremo della sicurezza nazionale (CSSN) – organismo che ha al suo interno l’incarico e lo sviluppo del programma atomico iraniano – è ugualmente un segnale forte. È considerato come un ultrà che non fa quasi nessuna concessione. Tuttavia il suo approccio verso gli occidentali è quasi moderato... abile sotterfugio da fine stratega. La stessa cosa vale per Manouchehr Mottaki che è stato il capo della diplomazia iraniana tra il 2005 e il 2010. In qualunque modo lo si voglia leggere i negoziati condotti dagli europei e dai russi concernenti lo sviluppo del programma nucleare iraniano sono stati un smacco cocente. Ci si può anche chiedere se i negoziatori europei e russi ci credessero veramente al successo di questi incontri fin dall’inizio. Però, forse non hanno fatto che applicare ciò che dichiarava un generale turco sull’Iran: «Quando non si può fare la guerra ad uno stato (l’Iran), è necessario negoziare e convivere con esso». Una piccola sfumatura per Mosca: l’ex presidente Putin ha molto da guadagnare non chiudendo la porta a Teheran. Non a caso, l’Iran è attualmente un partner economico insostituibile per la Russia. Inoltre, la politica di Mosca nei confronti dell’Iran, le permette di evidenziare la sua diversità con Washington e di riposizionarsi in primo piano sulla scena internazionale affermandosi così come un’alternativa a «l’egemonia americana» e l’ostilità manifesta al dispiegamento di un sistema antimissile in alcuni paesi dell’Europa orientale rientra nel quadro di questa strategia.

    L’opzione scelta dell’indipendenza nucleare sembra galvanizzare il popolo iraniano al di là dei divari politici o etnici. Non ci è niente di meglio, a tal proposito, di trovarsi un nemico comune – a l’occorrenza l’Occidente – per compattare un elettorato. In più, per Teheran, divenire una potenza nucleare cambierebbe considerevolmente la sua posizione nella regione, conferendo all’Iran un’importanza strategica maggiore, in grado di poter controbilanciare quella degli Stati Uniti, molto mal digerita dalle popolazioni locali, in parte anche per il sostegno incondizionato apportato da Washington allo Stato d’Israele. Questa prospettiva sembra, tuttavia, essere lontana dall’incantare i governi arabi a maggioranza sunnita che circondano l’Iran. Infatti, una influenza crescente dei persiani sciiti non ha nulla di attraente per i dirigenti arabi, ad eccezione della Siria. L’Arabia Saudita, in particolare, comincia a reagire mostrando i muscoli della sua politica estera. Nel febbraio 2007 è a Ryad,

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