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Traditi e consegnati alla morte
Traditi e consegnati alla morte
Traditi e consegnati alla morte
E-book687 pagine10 ore

Traditi e consegnati alla morte

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Dopo l'8 maggio 1945 e la capitolazione della Germania, anche la 3. SSPanzer Division Totenkopf, ormai priva di mezzi, di armi e con gli effettivi ridotti a soli 6000 uomini, ricevette l'ordine di deporre le armi e si arrese: si consegnò agli Americani, che avevano assicurato ai comandanti tedeschi che le truppe sarebbero state trattenute quali prigionieri di guerra.
Fu una delle più colossali menzogne degli Statunitensi: dopo aver tenuto i soldati prigionieri in un campo provvisorio, senza cibo nè acqua, li consegnarono tutti ai Sovietici, consapevoli di mandarli a morte, ma del tutto indifferenti alla loro sorte.
Iniziò così, per quei valorosi, una odissea di sofferenza, che li decimò lentamente, uno dopo l'altro, prima di far approdare i superstiti, meno della metà, ai campi di prigionia in Russia, e dai quali fece ritorno solo uno sparuto gruppo, più di dieci anni dopo.
Questo è il racconto di alcuni di loro: di Fabian, che qualche peccatuccio, sulla coscienza, ce l'aveva, ma che certamente lo scontò ben al di là delle sue colpe. Di Ulrich, che tenterà la fuga, per ricongiungersi con la donna amata e col loro bambino. E di altri, ai quali non è mai stata concessa voce per farsi ascoltare, ma che sicuramente meritano il rispetto dovuto a chi, anche dopo la fine della guerra, ha continuato a soffrire e a morire, colpevole solo di aver combattuto per la propria patria e per i propri ideali fino all'ultimo, e oltre ...

 
LinguaItaliano
Data di uscita3 giu 2019
ISBN9788832554533
Traditi e consegnati alla morte

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    Traditi e consegnati alla morte - Emilia Anzanello

    Emilia Anzanello

    Traditi e consegnati alla morte

    © 2019 Emilia Anzanello

    Tutti i diritti riservati

    TRADITI E CONSEGNATI ALLA MORTE

    Prima Parte

    I.

    Il 7 maggio 1945 il Generale Alfred Jodl, su incarico dell'Ammiraglio Doniz, successore del Führer, firmò a Reims la capitolazione della Germania, ponendo fine definitivamente al conflitto mondiale, almeno per quanto riguardava il fronte europeo.

    La capitolazione sarebbe scattata ufficialmente alle ore 23,00 dell'8 maggio 1945.

    Una settimana prima, il Führer si era suicidato, in compagnia della moglie, nel loro ultimo rifugio, il bunker di Berlino e, nelle ore seguenti, molti avevano seguito il loro esempio, incapaci di sopportare la sconfitta, e qualcuno s'era portato con sè, nella morte, i figli infanti, perché non cadessero nelle mani dei Sovietici e venissero educati, nelle scuole staliniste, nell'odio verso i genitori tedeschi.

    Nel corso di quella mattinata del 7 maggio passò, in tutta la Totenkopf, la 3.SS PanzerDivision, l'ordine di cessare il fuoco, le truppe deposero le armi e poco dopo venne diramata la notizia della resa incondizionata.

    Molti dei soldati si coprirono la faccia con le mani e scoppiarono in lacrime, disperati, al pensiero che la Germania aveva perso la guerra.

    Non c'era in loro il pensiero che sarebbero tornati alle loro case e alle loro famiglie, non esultarono per essere ancora vivi: piansero, nella tremenda desolazione della consapevolezza di aver perduto tutto quello in cui credevano e per il quale avevano combattuto per quasi sette lunghissimi anni: una guerra che aveva inghiottito famigliari, parenti e amici, che aveva distrutto le loro case, sgretolate dai più feroci bombardamenti angloamericani, una guerra che aveva ingoiato la loro stessa gioventù, una guerra che ora appariva dolorosamente vana.

    L'SS Sturmscharführer Fabian Gruber se ne stava accoccolato a terra, contro il muro di un edificio bombardato: aveva appena comunicato ai suoi soldati la terribile notizia, e ora non riusciva a trovare le parole per rincuorare i propri uomini, perché non riusciva a rincuorare neppure se stesso.

    La mano gli corse alla pistola nella fondina: la vecchia amica se ne stava lì, come se lo aspettasse, ed egli ebbe solo il pensiero della morte: un dolce rifugio dal dolore per la disfatta e dalla vergogna della resa.

    Sbottonò la fondina, posò la mano sul calcio e vi strinse attorno le dita: il contatto con l'arma era la sensazione più autentica e viva che riusciva ad afferrare in quel momento: mai in tutta la sua vita si era sentito altrettanto solo e vuoto.

    Mai! Neppure quando Martin gli era spirato tra le braccia e neppure quando aveva ritrovato il frammento del cranio di Harald, nel campo crivellato dall'artiglieria sovietica.

    La morte gli appariva come il più desiderabile e dolce dei destini, il miglior futuro al quale potesse ambire e, nonostante i suoi soli ventun'anni, estrasse la pistola dalla fondina, più che mai deciso a piantarsi una pallottola in testa. Ma proprio in quell'istante arrivò il suo amico, l'SS Sturmsharführer Ulrich Kasser, che si chinò su di lui per parlargli, e vide subito che Fabian stringeva nella mano la pistola e capì, in un baleno, le sue intenzioni:

    «Fabian, che vuoi fare?» esclamò costernato, mettendogli una mano sulla spalla, per stabilire un contatto fisico con l'amico. Fabian sollevò verso di lui uno sguardo vacuo e rispose:

    «Ci siamo arresi, Ulrich, abbiamo perso tutto. Non ci resta niente: perché continuare a vivere in un mondo che non ha più niente di tutto quello che era nostro?»

    «Santo Dio, Fabian, ci restano le nostre vite e le nostre famiglie: tu hai i tuoi genitori e tua sorella, e io mio padre, e Maryna e il nostro bambino, e io voglio tornare da loro e rivedere la donna che amo e stringere tra le braccia mio figlio, e vederlo crescere e poi avere altri figli e voglio una moltitudine di nipoti e voglio morire nel mio letto, quando sarò vecchio! Metti via la pistola, Fabian, io ho bisogno di te, e i tuoi uomini hanno bisogno di te: vuoi lasciarli proprio ora che hanno più che mai la necessità di una guida?» gli tolse l'arma dalla mano e, per sicurezza, sfilò il caricatore, continuando a parlargli: «È da vigliacchi andarsene in questo modo. Anche se ci siamo arresi è come se fossimo ancora sul campo di battaglia, e non dobbiamo abbandonare i nostri soldati. Vieni, vieni a dir loro qualcosa, che tenga la loro mente occupata in un pensiero che li distolga dallo scoramento. Vieni!» e tentò di tirarlo in piedi, ma Fabian scuoteva il capo, testardo:

    «Non riesco a pensare a niente da poter dire in questo momento» era afflitto come per la morte di una persona cara.

    «Dio Santo, Fabian, ti comporti come un bambino! Tira fuori le palle e comportati da uomo!» lo esortò Ulrich e Fabian si obbligò ad alzarsi in piedi e fece qualche passo in direzione dei soldati, tutti in posizione di riposo, qualche metro più in là. Barcollava, e Ulrich fu costretto a stringergli il braccio e a dargli una scrollata, anche, e alla fine, con un tremendo sforzo di volontà Fabian, quasi trascinato da Ulrich, arrivò davanti ai suoi uomini.

    Le truppe, appena lo videro, scattarono sull'attenti, secondo la loro abitudine, anche quelli che stavano piangendo come bambini. Egli li vide e si sentì tremare il cuore, per la pena, e perché comprendeva tutto il loro dolore: lo aveva addosso anch'egli, e gli sembrava che lo avvolgesse in un abbraccio gelido, ma si sforzò di dir loro qualche parola:

    «Camerati!» la sua voce apparì più improntata alla preghiera che ad un appello deciso. Si schiarì la gola e ripetè con un timbro più autorevole:

    «Camerati! Comprendo il vostro dolore. Esso invade anche tutto il mio cuore. Ma noi non dobbiamo dimenticare che siamo Totenkopf: noi siamo coloro che il nostro Alto Comando ha sempre ritenuto degni di affrontare il nemico in prima linea, perché noi non indietreggiamo. Noi abbiamo il coraggio di fissare negli occhi il nemico. Camerati, con lo stesso coraggio noi affronteremo questa resa e tutto quello che seguirà. Ricordatevi sempre che siamo Totenkopf e che noi non ci arrendiamo. Heil!» Gli uomini risposero mandando un grido, alcuni con voce stentorea, altri un po' meno determinati, ma rispondendo tutti allo stesso modo e, dopo, parvero meno disperati, perché Fabian ordinò loro di sedersi e di riposare, in attesa di nuovi ordini, ed essi obbedirono, mettendosi seduti sulla terra, in paziente e fiduciosa attesa degli ordini, dei quali essi sentivano il bisogno, come la mano del bambino cerca quella del padre, per riceverne sicurezza.

    E qualcuno si rannicchiò a terra cercando di dormire e non pensare alla sciagura della resa.

    Più tardi, nel pomeriggio, il Brigadeführer Hellmuth Becker, il loro Comandante, riunì tutti gli ufficiali e ordinò loro di mettersi in cammino con i soldati e di dirigersi verso il fiume Enns, un impetuoso affluente del Danubio:

    «Signori, dobbiamo raggiungere l'Enns, passando per Steyr. Il fiume è stato stabilito come linea di demarcazione tra l'esercito Statunitense a ovest del fiume e l'esercito Sovietico, a est dell'Enns. Questi sono gli accordi intercorsi tra il Generale Klaas e il comando statunitense. Dobbiamo raggiungere la linea di demarcazione entro le ore 24 dell'8 maggio. Signori, riunite le truppe ed eseguite subito, non abbiamo tempo da perdere»

    Tornando tra i suoi soldati l'SS Sturmsharführer Ulrich Kasser, si trovò a scambiare le proprie opinioni con Fabian e Max Brandt che, essendo SS Untersturmführer, sarebbe stato il loro diretto superiore, ma poiché li divideva un solo grado nella gerarchia militare delle SS, e pochi anni di età di differenza, essi si erano sempre comportati, tra loro, con cameratesca amicizia, salutandosi con un breve cenno di mano al capo, e usando la formalità dei loro gradi solo quando si trovavano in situazioni ufficiali, oppure davanti alle truppe, oppure in presenza di superiori ben più importanti di loro. Ulrich chiese:

    «Che ne pensi, Fabian, andiamo a consegnarci agli Americani, domani?»

    Fabian aveva costretto se stesso ad accettare quella loro nuova situazione e, soprattutto, a nascondere ai suoi uomini la sua disperazione, perché sentiva di essere ancora responsabile per ognuno di loro e, anche se nella Compagnia egli era uno dei più giovani, era pur sempre un sottufficiale che si era guadagnato i suoi gradi direttamente sul campo, ed era deciso a comportarsi come si conviene a un graduato, senza cedimenti, perciò si diede un tono e rispose:

    «Eh, vecchio mio, temo proprio che a qualcuno ci toccherà bene consegnarci!» c'era del fatalismo rassegnato nella sua voce e, udendolo, Max intervenne con convinzione, quasi sollevato:

    «È un bene che ci consegniamo agli Americani e non finiamo nelle mani dei Sovietici. Mi sarei preoccupato di fronte a quest'ultima eventualità»

    «Pensi che saremmo stati uccisi?» domandò Ulrich, un po' in ansia, soprattutto per i suoi soldati. Come ogni buon ufficiale e sottufficiale egli si preoccupava dei loro destini, perché, negli anni, li aveva conosciuti e li stimava.

    Brandt gli rispose subito:

    «Penso che ci avrebbero fatto scontare, in qualche modo, le vicende della guerra, e tutte le batoste che gli abbiamo inflitto, almeno all'inizio del conflitto»

    Fabian intervenne:

    «Ma non si sarebbero accaniti contro tutti, voglio sperare! Gli uomini sono soldati che hanno combattuto coraggiosamente!» nella sua voce si scorgeva ancora l'orgoglio per il valore dei suoi uomini e di tutta la Divisione della quale egli era fiero di far parte.

    «Forse ai soldati non avrebbe fatto molto male, ma temo proprio che agli ufficiali avrebbero fatto passare qualche brutta ora, e poi magari li avrebbero messi al muro!» sentenziò Brandt, ricordandosi ancora le atrocità dell'Armata Rossa in Prussia.

    Ulrich protestò, con un velo di ingenuità:

    «Ma questo sarebbe stato contrario alle convenzioni che tutelano i prigionieri di guerra!»

    L'SS Untersturmführer Max Brand gli fissò gli occhi in faccia:

    «Ma tu davvero credi che qualche foglio scritto li avrebbe trattenuti dal fucilarci tutti quanti, se lo avessero voluto? Comunque è inutile parlarne ora: domani ci metteremo nelle mani degli Americani, e loro i trattati e le promesse li rispettano, e pertanto non dobbiamo preoccuparci. Tanto più che non dovrebbero avere il dente avvelenato con noi, come invece ce l'hanno i Russi» se Ulrich Kasser era ancora un giovane ingenuo, l'SS Untersturmführer Max Brandt era un illuso, perché tutte le sue convinzioni sulla lealtà e sull'onore degli Statunitensi sarebbero state ben presto cancellate.

    Comunque, in quel momento, ancora ignoranti degli eventi immediati, tirarono tutti e tre un sospiro di sollievo e terminarono la loro magrissima cena, l'unico pasto di quella giornata.

    Erano tutti e tre seduti a terra, attorno ad uno stentato fuocherello, le cui braci erano circondate da quattro mattoni tutti sbrecciati, tolti da un rudere bombardato e sul bordo di uno di quei mattoni, il più vicino possibile alla brace, avevano posto un bricchetto di metallo con dell'acqua, per poter fare il tè, dopo aver mangiato: una feldration spartanissima, una razione da campo più povera del solito, perché i viveri stavano esaurendosi, e loro dovevano accontentarsi di dividersi quel che restava, e quella sera gli era toccato solo 120 grammi di salsiccia in lattina, quattro gallette di pane di segale e 150 grammi di piselli e altrettanto riso in scatola, per ognuno di loro e per ogni soldato delle truppe. E niente altro. Le cucine da campo non esistevano più, in parte inservibili e in parte distrutte dall'opera dei partigiani austriaci, ed essi dovevano accontentarsi del poco scatolame che il settore logistico riusciva ancora a distribuire.

    Le calorie che venivano assegnate nella razione da campo, ad ogni soldato della Wehrmacht e delle SS, all'inizio della guerra, erano 4500, ma da un po', ormai, data la penuria di tutto, le calorie erano scese a meno di 2500 e tutti si erano fatti più magri. Nessuno però si lamentava, sapendo che le tessere annonarie distribuite ai civili, erano di molto inferiori, arrivando a malapena a 1400 calorie al giorno, perché il Reich aveva cercato, fino all'ultimo, di riservare le scorte di cibo, quanto più era possibile, per alimentare i propri soldati.

    Poiché quel giorno era il compleanno di Ulrich, l'SS Obersturmführer Wilhelm Tanne venne, in compagnia dell'attendente SS Rottenführer Georg Bucholz, per augurare all'amico buon compleanno, e Ulrich volle festeggiare e aprì, per sé e per gli amici, l'ultima lattina che portava sempre appresso e che conservava gelosamente nello zaino, contenente 150 grammi di miele artificiale, che ognuno spalmò sulla propria galletta di pane e assaporò lentamente, come fosse una porzione di dolce, sorseggiando il tè e, alla fine, avevano persino intonato, un po' sottovoce, una canzone augurale per il camerata Ulrich:

    alles Gute zum geburtstag,

    alles Gute zum geburtstag,

    alles Gute zum geburtstag liebe Urlich

    alles Gute zum geburtstag viel gut.

    Se non ci fosse stata la notizia della resa non sarebbe stata una serata troppo triste: sarebbe sembrata una serata di guerra, come tante altre.

    Dopo che Wilhelm e Bucholz erano tornati ai loro reparti, i tre sottufficiali si strinsero nei loro soprabiti e si rannicchiarono a terra, vicino al fuocherello che languiva, per passare la notte.

    II.

    Il giorno dopo tutta la Divisione si mise in marcia.

    Gli uomini sembravano un po' meno rattristati del giorno prima, perché oramai se ne stavano facendo una ragione e, in qualche modo, bisognava andare avanti.

    Disgraziatamente la loro colonna di reparti SS incrociò una unità di ricognizione della 16th US Infantry Division, a ovest di Amstetten, che li accerchiò, impose loro di bloccarsi e li disarmò interamente, con l'evidente intenzione di farli tutti prigionieri e ponendosi poi ai fianchi della colonna per entrare poco dopo con loro nel villaggio.

    Qui, tra la più viva costernazione delle truppe SS, i Totenkopf dovettero assistere al caloroso benvenuto offerto ai soldati americani dalla popolazione civile tedesca ma, subito dopo, civili tedeschi e soldati statunitensi vennero bombardati da aerei sovietici, che sorvolarono la piazza del mercato di Amstetten, mitragliando indistintamente gli uni e gli altri, provocando vittime sia tra i civili che tra gli Americani e creando un gran scompiglio, e la furiosa immediata messa in funzione delle radio da campo americane per concitate comunicazioni, urlate agli apparecchi tra alti ufficiali statunitensi, l'Alto Comando alleato e gli Alti Comandi sovietici, tra urla e imprecazioni in inglese da una parte e stentoree risposte accompagnate da imprecazioni in russo dall'altra.

    Stavano ancora tutti imprecando e urlando quando, poco dopo, a mezzogiorno, ancora ben lontani dall'aver raggiunto la tranquillità, ecco che Statunitensi e abitanti di Amstetten videro, tra la sorpresa e il panico di tutti, le truppe sovietiche della 7. Divisione sovietica aviotrasportate che entravano nel villaggio, marciando come se niente fosse, per prendere possesso dell'abitato e, verosimilmente, di tutti i prigionieri tedeschi che vi erano stati condotti dagli Americani.

    Si generò il caos più totale tra truppe statunitensi, truppe tedesche e civili tedeschi, e l'SS Sturmscharführer Fabian Gruber fece appena in tempo a vedere un gruppo di veicoli della 3. SS Panzer Division Totenkopf allontanarsi a spron battuto da Amstetten: erano guidati dall'Obersturmführer Wilhelm Tanne, che portava in salvo i resti della sua 4. Compagnia, di sua iniziativa, senza chiedere il permesso a nessuno, e con un repentino colpo di mano che aveva lasciato di sasso, in mezzo alla confusione, persino la polizia militare americana, che continuava a guardarsi attorno, girando su se stessa, senza capire alcunché e senza saper che fare.

    Fabian aveva visto i camerati guidare come degli indemoniati in direzione dell'Enns. Dopo di che non rivide più Wilhelm, né Georg né alcuno della 4.

    Dopo quella rapida azione, da parte di uno dei suoi reparti, Becker riunì tutti i suoi ufficiali e sottufficiali e tenne loro un discorso breve, ma significativo:

    «Signori, sono stato informato che i Sovietici hanno posto uno sbarramento nell'area di Melk, ragione per la quale si rende necessario dirigerci su Zwettl passando per Senftenberg. Dobbiamo a tutti i costi raggiungere Pregarten prima delle ore 24,00, o verremo fatti prigionieri dai Sovietici. Signori, è superfluo raccomandarvi la massima cura nello svolgimento di tale operazione. Buona fortuna a tutti voi»

    Il tenore di una simile comunicazione non lasciava molto spazio ad esitazioni o tentennamenti e Fabian, Ulrich e Max si diedero subito da fare per organizzare lo spostamento delle truppe nel modo più rapido e ordinato possibile.

    La Divisione tedesca uscì da Amstetten, passando davanti le truppe americane, e senza che i Sovietici tentassero di opporsi.

    Purtroppo le strade erano completamente intasate dai veicoli delle altre unità e l'operazione venne molto rallentata: sembrava che i Sovietici facessero l'impossibile per trattenere il maggior numero di soldati tedeschi al di qua dell'Enns, nel settore est, che era sotto la giurisdizione sovietica, e sembrava anche che gli Statunitensi non facessero niente per impedirlo, quasi fossero d'accordo con i Russi.

    La maggior parte delle unità della 3. SS Panzer Divsion ripiegò lungo il Danubio, da Stockerau via Krems, Senftenberg e Rostenfeld, nell'area attorno Zwettl, tentando in qualunque modo di raggiungere la linea di demarcazione, come ordinato da Becker, e com'era ardente desiderio di tutti i prigionieri.

    La kubelwagen sulla quale viaggiavano Fabian, Ulrich, Max e l'SS Hauptscharführer Willibald Wundt, sobbalzò un po' di volte sulla strada, rallentò e si fermò. L'SS Oberschütze Paul Hanke, l'autista, balzò agilmente a terra e si affrettò ad aprire il cofano, per verificare cosa era successo:

    «Che c'è, Hanke, problemi al motore?» s'informò Fabian.

    «No, signore, problemi coi rifornimenti: è finito il carburante»

    Imprecando un po' tra sé e un po' a voce alta Fabian scese a terra, mentre i veicoli che stavano dietro a loro li sorpassarono continuando la loro corsa. Però, guardandosi attorno, Gruber si rese conto che indietro, un bel po' indietro, altri veicoli si erano fermati, e persino camion carichi di soldati e anche un carro armato e dopo un poco anche qualche veicolo in testa alla colonna fece la stessa fine.

    Fabian, Ulrich, Max, Willibald e Hanke si incamminarono a piedi, seguiti da molti soldati rimasti appiedati, e anche da qualche ufficiale e nella tarda mattinata tutti, truppa, sottufficiali, ufficiali, ufficiali superiori, erano praticamente a piedi e, con imprecazioni e maledizioni, gli uomini si videro costretti ad abbandonare veicoli ed equipaggiamento pesante nella foresta di Senftenberg, travasando le poche gocce di benzina dai serbatoi dei veicoli abbandonati all'unica auto ancora in vita del Brigadeführer Becker che, essendo un generale, non sarebbe stato dignitoso mandare a piedi.

    Per mantenere unite le sue truppe e nel tentativo di incoraggiare i propri soldati, Becker, alle 11,00 di quella mattina, 8 maggio, aveva voluto passarli tutti in rassegna e dir loro qualche parola.

    Il morale della Divisione era a terra, ma la rassegna era servita a dar loro un po' di forza per andare avanti.

    Gruber, Kasser, Brandt, Wundt e moltissimi altri ufficiali e sottufficiali marciavano con gli zaini in spalla, allo stesso modo di quando erano reclute, e tentavano di avanzare speditamente per raggiungere nel più breve tempo possibile Pregarten.

    «Uff, Fabian, non ero più abituato alle marce. Si vede che mi stavo rammollendo» sbuffò Ulrich, sforzandosi di tenere il passo, nonostante un certo affanno nella voce.

    «A chi lo dici! Non pensavo che, finita la guerra, si dovesse fare ancora tutta questa fatica!» erano giovani e vigorosi, ma purtroppo anche denutriti, ultimamente, e le involontarie diete avevano tolto una parte delle energie con le quali erano entrati in guerra.

    «Va bene, facciamo fatica ma almeno nessuno ci bombarda» cercò di consolarsi Ulrich, passandosi il dorso della mano sulla fronte, per detergere il sudore: la giornata era soleggiata, e faceva caldo.

    «Speriamo almeno che a Pregarten non succeda come ad Amstetten, e che non arrivino i mitraglieri sovietici a bombardarci» commentò Fabian, ansioso di fermarsi un momento per riposare e contando quanti chilometri ancora mancavano per raggiungere la mèta.

    Nella tarda mattinata il Generale fece passare una notizia sconfortante: gli Statunitensi lo avevano informato che la linea di demarcazione era stata spostata quaranta chilometri a ovest di Zwettl e che ora bisognava compiere una marcia forzata per raggiungerla.

    Con quello che restava delle forze che si sentivano ancora in corpo, gli uomini della Totenkopf raddoppiarono la lena nella loro marcia: in condizioni normali essi erano in grado di coprire quella distanza in meno di dieci ore, per cui ora, anche se erano stanchi e affamati, dovevano dar fondo a tutte le loro risorse, e marciare quasi a passo di corsa, se non volevano cadere nelle mani dei Russi.

    Ma nel pomeriggio, quando erano ormai tutti esausti, ma convinti di aver pressoché raggiunto l'agognata mèta, giunse la notizia che la famigerata linea di demarcazione era stata spostata di altri cinquanta chilometri più a ovest, questa volta in seguito ad un nuovo accordo tra Americani e Sovietici, e ora la linea andava da nord a sud in direzione Pregarten - Freistadt e gli ingorghi dei veicoli di tutti gli altri reparti intasavano la strada e rendevano problematico il raggiungimento di tale linea, per non dire impossibile, pur se tutti erano ormai appiedati e i veicoli della Totenkopf erano stati abbandonati quaranta chilometri più indietro.

    Sentendosi ingannati e in preda al panico, nel terrore di finire nelle mani dei Sovietici, gruppi isolati di soldati abbandonarono il grosso della Divisione per tentare la fuga.

    Una mezza dozzina di artiglieri si presentò anche all'SS Sturmscharführer Fabian Gruber dicendogli:

    «Signore, non ci permetteranno mai di passare nella zona americana: noi vorremmo tentare la sorte, col vostro permesso»

    Fabian rallentò il passo e si girò a guardarli: erano tutti suoi uomini e, se si fossero allontanati senza il suo permesso, sarebbero stati dei disertori, ma egli li conosceva bene, e sapeva che erano soldati coraggiosi, che non avevano mai evitato la battaglia, e anzi spesso si erano gettati nel corpo a corpo, e gli piangeva il cuore che finissero nelle mani dei Russi, e che venissero maltrattati e forse uccisi. Si fermò, li salutò tutti, stringendo la mano ad ognuno di loro e disse:

    «Andate, e buona fortuna» e poi raccomandò a tutti: «Non gettate le piastrine finché non sarete al sicuro, se vi prendono senza piastrina potrebbero accusarvi di essere delle spie. Con la piastrina sarete solo dei prigionieri di guerra, Fate attenzione»

    «Sì, signore, grazie, signore» gli risposero in coro e poi scapparono, in direzione della foresta, contando di rimanere nascosti tra il fitto degli alberi finché non fossero stati in grado di capire cosa era meglio fare.

    Vedendo che un gruppo di artiglieri si stava allontanando di corsa, Ulrich si avvicinò e rimproverò Fabian aspramente:

    «Perché li hai lasciati andare, Fabian? Non dovevi permetterlo!»

    «Ma non vedi in che situazione ci troviamo? Non ce la faremo mai a metterci in salvo. Se hanno abbastanza fegato da tentare la fuga, lo facciano pure, e che la fortuna li assista. Noi, siamo spacciati» ma Ulrich protestò:

    «Non siamo spacciati, quando raggiungeremo la linea di demarcazione passeremo nelle mani degli Americani e finalmente la nostra odissea avrà fine»

    Fabian fu sul punto di ribattere con male parole, ma preferì conservare il fiato per la marcia.

    Il Brigadeführer Becker, al quale era stato riferito che alcuni gruppi di soldati si erano allontanati dalla colonna, con l'intento di fuggire per conto proprio, vedendo la disperazione dei suoi uomini, decise di recarsi dai Sovietici, per tentare di parlamentare, e prendere almeno tempo, permettendo ai suoi soldati di raggiungere la linea. Tornò, senza aver concluso alcunché, ma poi, testardo, fece un nuovo tentativo, recandosi di nuovo dai Sovietici per l'ultima volta.

    La sua vettura, con una bandiera bianca, partì verso est. Lo accompagnavano due dei suoi Ufficiali superiori.

    Da allora i suoi uomini non lo videro più.

    Egli, e i suoi ufficiali, vennero tutti trattenuti dai Sovietici, anche l'autista: in qualità di prigionieri vennero inviati in un campo di lavoro in Russia e, poiché nella sua prigionia il Generale non smetteva di usare ogni mezzo per tentare di mettersi in contatto con i suoi uomini, prigionieri in altri lager russi, nel 1953, per toglierselo di torno, i Sovietici lo accusarono nientemeno che di sabotaggio, lo processarono con tale accusa e lo impiccarono nel febbraio dello stesso anno.

    Così morì, a cinquant'anni, il Brigadeführer Hellmuth Becker, l'ultimo comandante della 3. SS Panzer Division Totenkopf, colpevole solo di aver avuto a cuore la vita dei suoi soldati più della propria.

    Dopo la morte ci fu chi tentò di infangarne la memoria con i più turpi racconti ma, si sa, la storia la scrivono sempre i vincitori.

    In qualche modo, nel frattempo, i reparti della Divisione, stremati, erano riusciti a raggiungere la linea di demarcazione, con quella che veniva definita, in gergo militare, marcia disperata e che copriva fino a 7 chilometri all'ora, in pratica, una marcia a passo di corsa, ma gli Statunitensi, quando infine se li videro davanti, si opposero al loro passaggio: non era ancora scoccata la mezzanotte, e secondo gli accordi presi, gli Statuntensi avrebbero dovuto far passare tutti i reparti SS, invece le sentinelle permisero il passaggio solo ai feriti e alle ambulanze, e anche a quei civili e a quelle donne in fuga dalle zone che erano finite sotto l'influenza sovietica.

    Allora, in carenza di superiori, e pressato dalla preoccupazione per i camerati, Fabian Gruber prese la decisione di tentare di parlamentare con gli Americani e, accompagnato da Ulrich, che aveva una buona conoscenza della lingua inglese, e da Max Brandt, che era un sottufficiale di grado superiore al suo, si fece portare da un comandante americano.

    Alla presenza del Maggiore Lionel Patrol evitò saggiamente il saluto nazionalsocialista e si limitò al saluto militare, parlando in tedesco, mentre Ulrich traduceva:

    «Buongiorno, signor Maggiore, sono il Comandante Superiore di Squadra Fabian Gruber, e questi è il Sottotenente Max Brandt e questi il Comandante Superiore di Squadra Ulrich Kasser, che tradurrà per noi» il maggiore statunitense fece una faccia cordiale, pur notando i distintivi di SS e quelli di metallo, a forma di teschio, sulle divise di coloro che gli stavano di fronte, e allungò la mano per stringere quella di Fabian, che gliela protese, molto stupito da tanta confidenza.

    Patrol chiese, con quella che ai tre sottufficiali tedeschi sembrò disponibile cortesia:

    «Cosa posso fare per voi, Comandante?»

    «Signore, la vostra polizia militare non ci permette di varcare la linea di demarcazione e di consegnarci a voi, come prigionieri di guerra, secondo gli accordi intercorsi tra i nostri superiori al comando»

    L'ufficiale americano fece un largo, amichevole sorriso, rispondendo:

    «Stiamo facendo passare prima i civili, le donne e i feriti. Non dovete preoccuparvi, poi verrà anche il vostro turno. Non vorrete che donne tedesche cadano nelle mani sovietiche!

    Devo ricordarvi io che cosa è accaduto in Prussia?» persino gli Americani sapevano che cosa i Sovietici avevano fatto ai civili, donne e bambine.

    Fabian si affrettò a ribattere:

    «No, signore, certo che no, ma i soldati sono preoccupati: la mezzanotte si avvicina e nessuno vuole restare dalla parte controllata da Sovietici!»

    Il sorriso del Maggiore si fece più largo e il tono della sua voce fu persino suadente nel rispondere:

    «Caro Comandante, i vostri uomini hanno fama di essere coraggiosi e intrepidi, non si spaventeranno per così poco, spero»

    Invece di essere rassicurato da quelle parole, Fabian si sentì correre un brivido gelido lungo la schiena: era chiaro che quell'americano non avrebbe fatto niente per permettere agli uomini della Totenkopf di passare anzi, Fabian ebbe proprio l'impressione che se la stesse godendo un mondo, per l'apprensione dei Tedeschi.

    Per non dargli ulteriore soddisfazione, Fabian si irrigidì sull'attenti, lo salutò e girò sui tacchi, seguito da Max e da Ulrich.

    Quando i tre furono abbastanza lontani Fabian lasciò sfogare la propria rabbia:

    «Gli Americani sono una collezione di grandissimi buchi di culo» dare del buco di culo a qualcuno era la peggiore offesa che potesse uscire dalle labbra di un tedesco, perché sottintendeva, e neppure molto velatamente, che la persona in questione era il più schifoso anfratto sulla faccia della terra, un anfratto attraverso il quale transitava il più nauseabondo degli scarti umani. Poi Fabian continuò:«e quel Maggiore è la più grande merda che ho mai incontrato sul mio cammino. Chi glielo dice ora ai soldati che ci tocca aspettare qui che i Russi ci catturino?»

    Brandt, che si sentiva molto deluso dal comportamento scorretto degli Americani, si sentì in dovere di intervenire:

    «Fabian, Ulrich, perché non tentiamo di forzare la barriera statunitense e di passare comunque? La polizia ci sparerà, ma non può ammazzarci tutti, e qualcuno ce la potrà fare. Meglio fare un tentativo»

    I due Sturscharführer approvarono e tornarono dalle loro truppe per esporre ai colleghi ufficiali come si era svolto il colloquio e quali erano le loro intenzioni.

    Dopo giorni di resa passiva, di fronte alla prospettiva dell'azione, anche pericolosa, non ci fu alcuno che si tirò indietro, e persino ci fu chi si offrì di mettersi davanti a tutti nel tentativo di abbattere la barricata americana e di prendersi per primo i proiettili delle guardie statunitensi.

    Venne concordato che gli ufficiali e i sottufficiali dovevano rimanere in seconda fila, perché gli uomini non volevano rinunciare a qualcuno che li guidasse, sempre, anche nella prigionia, e quando ormai era quasi mezzanotte i soldati si accalcarono davanti la barriera americana, e cominciarono a spingere con i loro corpi contro le sbarre di legno, incalzati da coloro che stavano dietro, finchè riuscirono a forzare il cancello di legno, che cedette davanti a loro, spezzando la catena e i lucchetti e la strada venne aperta.

    Gli Americani avevano cominciato a sparare, usando le loro pistole e i loro fucili, ma i Tedeschi erano pratici di combattimento corpo a corpo e, seppur disarmati, non esitarono a usare le nude mani e la forza, per disarmare gli Americani che, alla fine, si videro costretti a farsi da parte, per non peggiorare quello scontro, che nessuno voleva diventasse irrreparabile, tramutando una scaramuccia in una ripresa delle ostilità.

    Alcuni soldati tedeschi rimasero riversi sulla strada, ma il loro sacrificio permise ai più di attraversare la linea.

    All'alba, gli uomini della Totenkopf vennero riuniti in un campo, e gli Americani eressero, attorno a loro, una recinzione provvisoria con numerosi pali e molti giri di filo spinato.

    Si trovavano, tra loro, anche soldati della Wehrmacht, della Luftwaffe e persino paracadutisti italiani. Come ci fossero finiti, lì in mezzo, era un mistero.

    Erano in una vallata tra le montagne ed erano prigionieri degli Americani, e questo li tranquillizzava, perché ormai credevano che il pericolo sovietico fosse stato superato.

    I reparti si riorganizzarono, stringendosi ognuno attorno al proprio superiore e Fabian fece l'appello dei propri uomini: oltre ai sei ai quali egli aveva permesso di allontanarsi, ne mancavano altri, e anche tra i soldati di Ulrich c'erano molti assenti.

    L'SS Sturmsharführer Ulrich Kasser avrebbe voluto riprendere subito le abitudini militari, come quella di far scavare due latrine per tutto il reparto, ma l'SS Untersturmführer Max Brandt protestò:

    «Per carità, Ulrich, gli uomini sono stanchi morti, hanno marciato per novanta chilometri in venti ore e hanno mangiato così poco che di sicuro hanno ben poco da evacuare.

    Lasciali riposare e dai loro ordine di mangiare, piuttosto, che forse domani dovremo tutti rimetterci in cammino!»

    Ulrich eseguì, poco convinto, perché la pulizia e l'igiene erano un caposaldo della disciplina militare, e rinunciarvi era dare un cattivo esempio a tutti, ma obbedì e lasciò tranquillo il proprio reparto, e Gruber fece altrettanto.

    Quando però venne il momento di mettere qualcosa sotto i denti, si resero conto di non aver niente con loro.

    Tra gli uomini, solo i più fortunati avevano ancora qualche galletta di pane e un po' d'acqua nella borraccia.

    Così, quella sera, si divisero tra loro quella miserrima cena e, quando calò la notte, si strinsero nei loro leggeri soprabiti estivi, tentando di addormentarsi.

    Il tempo si era fatto fresco, perché si era nella prima decade di maggio e lì, in Austria, le temperature si abbassavano di parecchio durante la notte e, il mattino seguente, si svegliarono quasi tutti tossendo, e qualcuno febbricitante, perché i loro corpi erano tutti indeboliti dalla scarsità di cibo e dalle lunghe marce alle quali erano stati sottoposti, e ormai la loro costituzione non era più così robusta come al momento dell'arruolamento.

    Non c'era nulla per curarsi e non c'era nessuno a cui rivolgersi per chiedere un farmaco: chi era malato dovette sbrigarsela da solo, e chi aveva fame dovette restarsene senza cibo, con i crampi allo stomaco.

    E così rimasero per i seguenti quattro giorni, in condizioni sempre peggiori, perché i loro carcerieri statunitensi giudicarono superfluo dar loro cibo e acqua.

    Vedendo che al di là del filo spinato, ogni tanto, passava un civile, o una donna, Fabian tentò di chiamare uno dei passanti, chiedendo:

    «Signore, signore, per favore, io e i miei camerati non mangiamo da quattro giorni, non avreste qualcosa da darci?»

    L'uomo, un anziano molto dignitoso, in costume bavarese, lo guardò con compassione e rispose:

    «Soldato, non ci è rimasto molto in casa, ma vado a vedere se riesco a trovare qualcosa, e quello che trovo ve lo porto»

    «Grazie, signore»

    «Il mio nome è Ludwig Perzl» Fabian sussultò, perché Ludwig era anche il nome del suo amato padre e con un accenno di sorriso rispose:

    «Grazie, signor Perzl. Io sono Fabian Gruber, SS Sturmscharführer Fabian Gruber»

    «Bene, Sturmscharführer Gruber, torno tra poco. Acqua ne avete?»

    «Poca, signor Perzl, molti dei miei uomini l'hanno finita»

    «Va bene, figliolo, vedrò quello che posso fare» e, per ricambiare amichevolmente la confidnza, Fabian abbandonò ogni convenzione e rispose semplicemente:

    «Grazie, Ludwig»

    Di lì a un'ora, più o meno, Perzl tornò, in bicicletta, con una borsa sottobraccio e due borracce militari a tracolla e Fabian si avvicinò al recinto di filo spinato, ansioso di ricevere il cibo e l'acqua, ma un militare americano sbarrò il passo all'anziano e gli mise davanti, di traverso, il fucile.

    Perzl cercò di spiegare, a gesti, che voleva solo portare del cibo e dell'acqua ai prigionieri, ma il soldato americano gli gridò addosso qualcosa in malo modo, e lo minacciò col fucile.

    Perzl lanciò un'occhiata a Fabian e fece un cenno col capo, tristemente, come a vole dire: «Mi dispiace, io ci ho provato…»

    Fabian comprese e accennò brevemente con la testa.

    Però, circa tre ore più tardi, quando era ormai scesa la notte, Fabian si sentì chiamare da una voce giovane e sommessa:

    «Sturmscharführer Gruber, Sturmscharführer Gruber» Fabian si fece più vicino al recinto di filo spinato e sussurrò:

    «Sono qui, chi mi vuole?»

    «Sturmscharführer Gruber, sono Axel Perzl, il nipote di Ludwig Perzl, avvicinatevi, ho qualcosa per voi» e gli passò, attraverso il filo spinato, una borsa e due borracce, in gran fretta, perché si stava avvicinando la ronda della guardia americana e, prima ancora di venire raggiunti, essi sentirono gridare in un pessimo tedesco:

    «Alt! chi va là, fermi o sparo» e l'americano sparò, ma Axel si era già allontanato in gran fretta, pedalando con tutta la velocità consentitagli dalla giovane età e dall'orgoglio di aver compiuto con successo la missione affidatagli.

    Fabian ritornò in mezzo ai suoi uomini con il poco cibo che gli era stato portato: un grosso pane di cereali cotto in un forno a legna, con una bella crosta croccante, molto alta e ricoperta di semi di zucca, e di papavero e pieno di profumata soffice mollica all'interno, delle uova sode e una fetta di formaggio fresco, molto grasso e nutriente.

    Riunì in circolo i propri uomini e diede a ognuno un pezzo di pane, che divise personalmente con le mani, badando di ricavarne dei pezzi i più uguali possibile, in modo che ogni uomo ricevesse la stessa quantità di pane in crosta e mollica. Sgusciò le uova, che erano sei, e poichè i suoi uomini erano sedici, col coltellino a serramanico che si teneva in tasca, divise ogni uovo in quattro spicchi, e ne distribuì uno e mezzo a ogni soldato, poi ridusse in piccoli quadratini il formaggio, e lo diede tutto agli uomini, un quadratino a ognuno.

    Per sè si accontentò del solo pezzo di crosta e mollica di pane, e alla fine si sentì sazio e soddisfatto, come se avesse anche lui mangiato le uova e il formaggio. Fece girare le borracce con l'acqua e quando tutti ebbero bevuto si sentì in pace, e persino felice.

    Era avanzato un pezzetto di pane, che tenne da parte, e quando Ulrich gli si avvicinò, chiedendogli come si sentiva, glielo porse, dicendogli:

    «È rimasto questo, lo ha portato un ragazzo di nome Axel Perzl»

    Ulrich mangiò il pezzo di pane, scrocchiando voluttuosamente la grossa crosta e masticando di gusto i semi di zucca e alla fine disse:

    «Dio benedica Axel Perzl» e Fabian aggiunse:

    «E anche Ludwig Perzl»

    Ulrich non aveva idea di chi fossero sia l'uno che l'altro, ma disse comunque:

    «E anche Ludwig Perzl»

    Il giorno seguente, seguendo l'esempio di Axel Perzl, alcuni ragazzi intraprendenti, dopo aver atteso che calasse la notte, tentarono di avventurarsi al campo dei prigionieri tedeschi, portando chi un pane, chi della polenta o altro cibo, incartato in grossi fogli di carta di giornale.

    Questa volta, però, le sentinelle americane cominciarono a sparare furiosamente appena ne avvistavano uno, come se fossero bersagli di un tiro a segno, e ne uccisero parecchi.

    Però, quelli che rimasero in vita, non si diedero per vinti e, un po' per aiutare i soldati della Totenkopf, dei quali avevano sentito narrare gesta gloriose, un po' perché volevano farla in barba agli yankee, che disprezzavano e trovavano odiosi, ma soprattutto perché si sentivano tutti pieni del coraggio della loro adolescenza e volevano anche loro conquistarsi la gloria, riuscirono a portare un po' di cibo e acqua ai prigionieri, e tra loro c'era anche qualche ragazzina, ancora con le trecce lunghe sulla schiena, coraggiosa al pari degli amichetti maschi.

    Quella storia continuò ancora per qualche giorno, ma i prigionieri avevano cominciato a rumoreggiare e a lamentarsi delle condizioni del campo, e la polizia militare americana era sempre più preoccupata e temeva una insurrezione, anche perché i prigionieri erano in condizioni ogni giorno peggiori, affamati e molti di loro ammalati.

    Così, qualche giorno dopo, dagli altoparlanti agganciati sui pali del recinto, gli Americani lanciarono un comunicato, in inglese, e poi ripetuto in tedesco:

    «Camerati, domani sarete lasciati liberi di tonare alle vostre case. Vi daremo provviste d'acqua per marciare fino a Linz. Gli ufficiali saranno istruiti a formare gruppi di marcia di cinquecento uomini. La partenza è fissata per le ore 8,00!»

    Nell'udire un simile annuncio Fabian non riuscì a trattenere la gioia e raggiunse in fretta Max Brandt:

    «Max, hai sentito anche tu? Non me lo sono sognato, vero? Ci lasciano andare!»

    Ma l'SS Untersturmführer sembrò non condividere il suo entusiasmo e rispose:

    «Non ti illudere, Fabian, se questa è davvero la loro intenzione, perché non ci hanno già lasciato andare prima di adesso?»

    «Ma perché lo hanno appena detto; ci devono far arrivare a Linz!»

    «E per quale motivo? liberarci qui o a Linz, che cosa cambia, per loro?»

    «Ma non lo so, e tu perché sei così scettico? Cosa pensi che vogliano fare?»

    «Io penso che stanno costruendo un campo meglio sorvegliato di questo, e che ci faranno marciare fino a lì, e che ci rinchiuderanno di nuovo, in attesa di mandarci in qualche luogo di lavoro, a ricostruire ponti o linee ferroviarie, per esempio»

    «Almeno ci daranno da mangiare e da bere!» esclamò Ulrich, speranzoso e affamato.

    «Sì, questo sì, se vorranno farci lavorare dovranno darci qualcosa da mettere nella pancia»

    «Se ci mandano a lavorare, potremmo cercare di scappare» suggerì Fabian, al quale non garbava molto l'idea di diventare un servo degli Statunitensi e Max approvò:

    «Sì, potremmo tentare» ma rimaneva cupo e pensieroso: tutta la sua convinzione che gli Americani fossero persone d'onore, che rispettavano la parola data, se n'era andata, e ora egli era molto scettico nei loro confronti.

    La storia gli avrebbe dato conferma e, purtroppo per tutti loro, ragione ben al di là delle sue nuove convinzioni.

    Il giorno dopo l'annuncio bilingue venne ripetuto, e dopo ancora il giorno seguente. Ora, tutti gli uomini si aspettavano di essere messi in marcia da un momento all'altro e, nella speranzosa attesa, quasi non sentivano più i morsi della fame, e tutti facevano progetti per quando sarebbero tornati a casa, soprattutto coloro che avrebbero riabbracciato la moglie e i figli, dopo anni di lontananza, come Ulrich, che non perdeva occasione per confidarsi con l'amico Fabian:

    «Ci pensi, Fabian? Riabbraccerò la mia Maryna e vedrò per la prima volta il nostro bambino: Maryna mi scrisse che se fosse stato un maschietto le sarebbe piaciuto chiamarlo Michael, come il fratello Mihai, che era nell'armata romena, ed era appena caduto in guerra, e io le scrissi che per me andava bene, e che mi sembrava un nome bellissimo, per nostro figlio e poi, quando nacque, lei mi scrisse che lo aveva battezzato col nome dell'arcangelo Michele, che era un guerriero come me, e che l'angelo avrebbe sempre protetto il nostro bambino e anche il suo papà: Maryna è sempre stata molto religiosa. E ora che avremo molti altri figli dovrò rispolverare la mia Bibbia, per trovare a ognuno di loro un nome adatto. Ma in questo mi aiuterà Maryna…» Fabian lo ascoltava, quasi intenerito dalle sue confidenze: Ulrich era più anziano di lui di qualche anno, ma aveva conservato il cuore romantico di un ragazzo che sogna ad occhi aperti, e a volte tutto il sentimento che manifestava, faceva sorridere Fabian, assai più cinico del camerata, e temprato alla spietatezza della vita dalla morte delle uniche due creature che egli aveva davvero amato, dopo i genitori e la sorella: Martin e Harald, i suoi due inseparabili amici d'infanzia.

    Finalmente, gli uomini della Totenkopf vennero messi in marcia.

    Fabian e Ulrich, insieme all'Untersturmführer Max Brandt, riunirono i rispettivi reparti e, come volle il cielo, si mossero.

    Ma non avevano percorso neppure un paio di chilometri che Brandt prese a guardarsi intorno, come a fiutare l'aria, e a fare strani gesti, con le braccia tese, per verificarne le ombre proiettate sul terreno e a mettersi un dito in bocca, e poi alzarlo in aria, per sentire da dove arrivava l'aria del nord, e Fabian gli si avvicinò e, continuando la marcia, gli chiese:

    «Max, che ti prende, che hai?»

    Egli afferrò Fabian per un braccio, guardandolo con un'espressione sconvolta e rispose:

    «Fabian, non stiamo andando a Linz, stiamo marciando verso est!» essi dovevano andare a Linz, che era a 60 chilometri da Amstetten, in direzione nordovest e Fabian, sulle prime, non lo prese molto sul serio: che lui sapesse, non c'erano campi americani dalla parte opposta, a est, da dove tutti loro erano venuti:

    «Ti stai ingannando, Max, che ci andremmo a fare a est?»

    Ma sotto lo sguardo penetrante di Brandt si sentì gelare e mormorò:

    «I Russi!»

    Rigettò subito una tale mostruosa idea, affrettandosi ad aggiungere:

    «Ma dài, non lo farebbero mai, sarebbe la più grande carognata mai vista nella storia. Noi ci siamo arresi agli Americani, perché dovrebbero consegnarci ai Russi? Cosa ci guadagnerebbero?»

    Con un tono di profondo disprezzo l'amico rispose:

    «Amicizia politica?»

    Dentro di sè Fabian sentì esplodere la ribellione:

    «Non possono farlo!» Gridò.

    Max scosse tristemente il capo, indicandogli il cartello stradale davanti al quale stavano marciando: una freccia dipinta in basso e la scritta Pregarten sopra, dicendo:

    «Stiamo tornando indietro, Fabian, torniamo a Pregarten, e lì ci sono i Russi»

    Ma Max e Fabian non erano gli unici a essersi accorti che stavano marciando verso est, anche i loro camerati lo avevano capito, e ora stavano passandosi voce su cosa fare, subito, prima di cadere in mani sovietiche.

    Qualcuno, tra i più disperati, si lanciò fuori dalla colonna, tentando di fuggire, ma venne immediatamente abbattuto, a colpi di pistola mitragliatrice, dalla polizia militare della 11th US Armored Division che li stava scortando, sorvegliandoli a vista.

    Nel vedere i tentativi di fuga, gli ufficiali americani si misero a gridare, un po' in inglese e un po' in tedesco, ai prigionieri Totenkopf, muovendosi lungo la colonna di uomini, che chiunque si fosse scostato dalla colonna sarebbe subito stato ucciso.

    Ulrich aveva allungato il passo, per raggiungere Fabian e Max e quando fu vicino a loro, con la disperazione negli occhi e nella voce implorò:

    «Fabian!»

    Lo Sturmscharführer gli serrò la mano attorno al braccio, senza fermarsi, e quasi trascinandolo avanti:

    «Coraggio, Ulrich, ci portano a Pregarten. Ci consegnano ai Sovietici» gli confermò, sentendo una gran pena per il camerata, che fino a un paio di ore prima era ancora pieno di sogni e di speranze.

    Gli occhi di Ulrich si riempirono di lacrime, al pensiero che non avrebbe mai più rivisto i suoi cari e, in preda alla disperazione, certo che in mano dei Sovietici sarebbe morto comunque, e quasi certamente di una dolorosa morte lenta, fece il gesto di gettarsi fuori della colonna in marcia, in cerca della morte per mano delle sentinelle americane, poichè era stato disarmato e non aveva più la sua pistola per spararsi da sè, ma questa volta fu Fabian a salvarlo, trattenendolo tra le braccia e trascinandolo avanti:

    «No, Ulrich, è da vigliacchi: tu me lo dicesti, e adesso devi restare con me, come tu mi obbligasti a restare con te. Siamo vivi, e resteremo vivi, perché abbiamo questo dovere nei confronti delle nostre famiglie e nei confronti dei nostri uomini: che esempio daremmo loro se ci abbandonassimo alla disperazione?»

    Fabian lo fissò, scuotendo il capo lentamente e mormorando:

    «Maryna, il nostro bambino…»

    Fabian gli mise una mano attorno alla testa e se la tirò sulle labbra, baciandolo: gli parve di baciare Martin nei suoi ultimi istanti di vita e si sentì lacerare il cuore. Gli sussurrò, con tutto l'amore di cui era capace in quel momento:

    «Sì, Ulrich, lo so, fa male, ma supereremo anche questo. Fatti coraggio, camerata.» Gli indicò i soldati in marcia: «Guarda, guarda tutti questi uomini, hanno bisogno di noi, ora più che mai. Coraggio, vecchio amico, datti forza. Coraggio»

    Ulrich tirò su col naso e fece un cenno di assenso, rimettendosi a marciare in colonna.

    Gli uomini della 3. SSPanzer Division erano spossati dalla mancanza di cibo e gli Statunitensi, spietatamente, ansiosi di compiere velocemente il loro abbietto tradimento, avevano impresso ai loro carri e ai loro veicoli una cadenza talmente veloce che i soldati prigionieri avevano cominciato a lasciarsi cadere a terra lungo la strada, sfiniti.

    Senza alcuna pietà, appena un tedesco cadeva, una guardia militare americana si avvicinava, prendeva la pistola dalla propria fondina, la armava facendo scendere il colpo in canna e lo freddava alla nuca.

    All'inizio quelle esecuzioni sommarie, avevano stupito e spaventato i soldati, ma dopo un po' era sembrata la via più breve per porre fine alle proprie sofferenze, e i soldati avevano continuato a lasciarsi cadere a terra, più che altro per farla finita sotto i colpi dei proiettili americani.

    La sete li tormentava tutti e, passando accanto a un abbeveratoio per le mucche, traboccante di acqua, alcuni vi si gettarono a capofitto, per bere: vennero uccisi a raffiche di pistola mitragliatrice mentre avevano ancora la testa sul pelo dell'acqua e l'acqua dell'abbeveratoio si fece rossa del loro sangue, traboccando a terra a causa dei cadaveri che vi rimasero immersi.

    Giunsero finalmente a Pregarten, e quando la popolazione civile li vide cominciò a dir loro, lanciando brevi frasi che superavano il cordone delle sentinelle americane, che li vigilavano con le armi spianate:

    «Camerati, camerati, perché siete tornati qui? Ci sono i Russi là fuori!» e infatti, poco dopo, un commissario politico sovietico urlò attraverso il megafono che teneva in mano:

    «Nazisti! Nessuno di voi tornerà indietro. Mai più»

    Molti prigionieri, distrutti dalla fame, dalla sete, dall'aver visto trucidati i camerati, piombarono seduti a terra e misero la testa nelle braccia conserte, sopra le ginocchia piegate e si abbandonarono al pianto, senza vergogna, ormai senza più alcuna speranza.

    Gli Americani li consegnarono nelle mani dei Sovietici, firmarono qualche scartoffia e se ne andarono in fretta, del tutto indifferenti alla loro sorte.

    Nelle loro memorie autobiografiche, perché tutti ci tennero ad autocelebrarsi in un libro, quasi nessuno dei generali e dei comandanti americani che furono presenti a quell'azione ebbe il coraggio di riportare quanto era successo, e solo qualche solitario ufficiale superiore vi accennò, glissando il più possibile sull'accaduto, e facendo persino sembrare che la resa della Divisione Totenkopf fosse avvenuta direttamente nelle mani dei Sovietici.

    Si vergognavano tutti talmente tanto di ciò che avevano fatto, da tentare di cancellarne la memoria, persino dalle loro menti.

    Contrariamente ai loro peggiori pronostici, i prigionieri tedeschi, prima di notte, ricevettero dai loro nuovi carcerieri sovietici una razione di zuppa di grano e barbabietole, molto annacquata, ma che sembrò a tutti manna del cielo e, subito dopo, le sentinelle sovietiche, fucile in spalla, passarono da uno all'altro, reggendo delle enormi teiere di metallo, fumanti, dalle quali versarono nelle borracce dei Tedeschi, del tè, e i Totenkopf, dopo aver bevuto, si distesero a terra, stanchi morti e spossati dalla tensione nervosa: s'erano aspettati la morte, la peggiore delle morti e, di fronte a quel trattamento dei Sovietici, persino più umano di quello che avevano ricevuto dagli Americani, cercarono di dormire: ormai tutto poteva essere, non c'era più alcuna certezza, e forse quel piatto di minestra e il tè erano stati il loro ultimo pasto di condannati a morte.

    Ma fosse quel che fosse: erano tutti troppo stanchi per darsene pena.

    III.

    Nella tarda primavera del 1945 la sedicenne Annerose Gruber si aggirava, affamata, tra le rovine della sua città, Francoforte, alla disperata ricerca di cibo per sè e per i suoi genitori.

    La loro casa era un cumulo di macerie, perché i bombardamenti della città erano iniziati già nel 1940, da parte della Royal Air Force inglese, ed erano proseguiti, per tutta la durata della guerra. E dall’ottobre 1943 vi si erano aggiunti anche i bombardieri americani. La pioggia di ordigni era continuata fino agli ultimi giorni del marzo 1945, quando gli Americani erano entrati in città, il 29 marzo, e ne avevano preso il totale controllo.

    La casa dei Gruber, una antica e storica casa a traliccio, tipica della Germania e dell'Alsazia, con l'intelaiatura in legno a vista, aveva resistito fino all'ultimo, ma durante il più distruttivo dei bombardamenti, quello del 4 ottobre 1943, quando gli aerei anglo-americani rasero al suolo la maggior parte degli edifici storici del centro cittadino, così come nei quartieri più periferici di Bockenheim, Rödelheim e Ostend, anche la casa dei Gruber era crollata e i suoi abitanti si erano salvati solo per miracolo, perché si erano rifugiati nella vecchissima cantina, scavata fin dal medioevo, cinque metri sottoterra.

    Ora, però, mentre Annerose si aggirava tra le rovine della sua città, con la pancia che le ruggiva per la fame, pensava mestamente che sarebbe stato meglio, per lei e per mamma e papà, rimanere sepolti sotto il crollo della casa: almeno, quella sarebbe stata una morte rapida. Invece, morire di fame era una morte lenta e penosa.

    Con questi tristi pensieri in testa, si era spinta parecchio lontana da casa e ora si trovava ai bordi di uno spiazzo brullo cosparso di ruderi e, al centro notò, incuriosita, un capannello di soldati americani che sembravano godersi uno spettacolo divertente, perché molti gridavano, fischiavano e incitavano, come se stessero assistendo ad una partita di football.

    Annerose si avvicinò al gruppo di soldati, nella speranza di ricevere qualcosa da mangiare: era ormai disposta anche a tendere le mani, come quando si chiede l'elemosina, perché aveva fame e il suo cervello non riusciva a pensare ad altro che a procurarsi qualcosa da mettere sotto i denti.

    Gli Americani se ne stavano tutti accalcati, uno contro l'altro, spintonandosi un poco, e ridevano di gusto, guardando al centro del gruppo. Annerose cercò di insinuare la testa, per giungere a poter vedere anche lei il motivo di tanta curiosità: i soldati americani non le facevano paura, perché aveva imparato, fin da subito, che non erano violenti, davano sempre qualcosa, per lo più cioccolata in barrette o sigarette o gomma da masticare, e che quando avevano alzato il gomito si lasciavano andare a un'euforia schiamazzante, ma non pericolosa.

    Mentre Annerose cercava di intrufolarsi nel gruppo di militari, un soldato statunitense le passò

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